Sanremo Giovani 2025: il pezzo di Martini Attili “Eva e Adamo” è fuori dal concorso.
Ascoltando la canzone tutto questo mi appare sinceramente surreale.
La decisione è fortemente controversa e dibattuta, considerando la qualità artistica della canzone caratterizzata da un sapiente storytelling, un’oculata scelta del linguaggio usato e una musicalità ipnotica.
Il dubbio che scuote il web è che sia stata proprio la scomodità della tematica scelta ad avere precluso a Martina la possibilità di partecipare, e perchè no, la possibilità di vincere.
Il dado è tratto, ma un pezzo di questa portata non può rimanere nel silenzio. Se non è Sanremo Giovani a dargli spazio, è il mondo del web a farlo in questi giorni, e per fortuna almeno in questo la rete è meritocratica.
L’ho ascoltata più volte, scoprendone di volta in volta, un significato più profondo. È infatti una canzone che definirei multi-strato: si parte da una specifica vicenda di abuso minorile, per poi evolvere verso una riflessione sui diritti delle donne, in particolare uno: l’aborto.
Dal particolare al generale, Eva ed Adamo è un pezzo che parla di tutte le donne.
Ma procediamo per gradi analizzandone passo per passo il testo.
ANALISI DEL TESTO
Lo so che lo immaginavi diverso
Fare sesso con qualcuno che rispecchiasse l’amore verso te stesso
Lo so che ti immaginavi una casa al mare
Un compagno che ti potesse aiutare
La tranquillità di guardare tuo figlio sognare
Immaginare un figlio, diventare madre
Ma di che parlate?
Faccio la quinta elementareTra un compito e l’altro
I problemi sono tanti
Papà se n’è andato di casa
E mamma non sa come andare avanti
È il suo compagno che si prende cura di noi
Ma di mesi prende cura in un modo particolare
Mi chiede di provare un gioco a cui non so giocare
Mi dice “Non ti preoccupare, ti posso insegnare”
E cado su un ginocchio e mi appoggio sull’altro
Lo guardo dal basso verso l’alto mentre mi tira uno schiaffo
“Apri la bocca, ma non per parlare”
“Girati, non farti guardare”
“Non gridare e soprattutto non dirlo a tua madre”
Le prime due strofe ci introducono immediatamente nella vicenda, la cui protagonista è una bambina di soli 10 anni. La narrazione di apre descrivendo uno scenario familiare ad oggi comune: la separazione con l’arrivo del nuovo compagno della madre. Colui che dovrebbe prendersi cura di entrambe, si rivela essere un mostro, capace dell’abuso più atroce che si possa immaginare.
Martina sceglie parole crude ma necessarie, ed è impeccabile in una descrizione della violenza in tutta la sua drammaticità, mantenendo sempre alta la dignità espressiva.
La canzone in apertura ci rivela dunque il primo tassello che è anche struttura portante dell’intero testo: una storia di abuso minorile.
A mamma non gliel’avrei detto ma è ricapitato
E dopo quella volta qualcosa è cambiato
Ho pensato di avere mangiato troppo cioccolato
Ma poi ho vomitato, vomitato, vomitato e vomitato
Ho dato la colpa alla stanchezza perché non chiudo occhio
Ho paura che lui bussi una volta di troppo
Mamma dice che non è per questo e che andrà tutto a posto
Lo caccia di casa gridandogli che è un mostro
È confusa e non sa che fare, non sa chi chiamare
Mi guarda, respira, e in un attimo sono in ospedale a farmi visitare
“Signora diventerà madre”
“Diventare madre? Ma di che parlate?”
“Mia figlia ha appena finito la quinta elementare”
Nella terza strofa l’episodio abusante si ripete per la seconda volta, ma in questa occasione lascia una traccia inequivocabile: la gravidanza. La vittima, vista la tenera età, confonde i cambiamenti fisici con un’ indigestione da cioccolata, e la troppa stanchezza con le notti insonni disturbate dalla paura.
Il contrasto tra l’ innocenza della protagonista e la cruda realtà che si sta delineando è l’acme della drammaticità.
Visti i malori, la bambina confessa gli abusi subiti alla madre che, sotto shock, decide di portarla in ospedale. E lì la tremenda rivelazione della gravidanza in atto, che, badate bene, purtroppo si scoprirà essere non la parte più disumana di questa vicenda già di per sè terrificante.
Sono al telefono nei posti dietro durante il viaggio in auto
Mentre guardo allontanarsi la mia casa in Ohio
Scrivo alla mia migliore amica che mi manca tanto
Ma per qualche motivo non risponde al mio messaggio
“Mamma ma cosa ho sbagliato? Cosa mi è successo?”
“Non hai sbagliato proprio niente, non pensarci adesso”
Ma sono un caso nazionale e c’è già un processo
Dicono che per me non vale, che per me è diverso
Diverso da cosa?
Dalla trentenne che ha subito lo stesso?
O dalla quindicenne che voleva solo fare sesso?
O dalla donna che ha portato in grembo per due settimane
Un feto morto perché degli uomini hanno deciso sul suo corpo?
La quarta strofa ancora la vicenda alla realtà, più nello specifico in Ohio nel 2022. Questo racconto dunque non è fantasia.
La vicenda reale a cui Martina Attili si è ispirata vede come protagonista una bambina la cui identità ovviamente non è nota.
Proprio in quei giorni nello stato americano era stato abolito il diritto all’aborto dopo le 6 settimane per qualsiasi caso, inclusa la violenza. La decisione venne a seguito della sentenza della Corte Suprema che lasciò ai singoli stati statunitensi la scelta in merito al diritto d’aborto.
La bambina fu costretta a viaggiare fino in Indiana dove, un’eroina dal camice bianco, la Dottoressa Caitlin Bernard l’accompagnò nel processo dell’aborto. La Dottoressa tuttavia fu sottoposta ad un’inchiesta per aver rivelato la vicenda ai media; l’accusa era di non aver rispettato la privacy della paziente. A tal proposito si difese dichiarando di averlo fatto per portare la vicenda all’attenzione pubblica nella speranza di indurre una riflessione sulle terribili conseguenze derivate dalle restrizioni sull’aborto.
L’autrice ad un certo punto cambia prospettiva e veste i panni della bambina. Attraverso i suoi occhi, esplora il paradosso di come l’opinione pubblica consideri il suo caso “diverso”, meritevole di un’eccezione. Da qui in poi appunto si verifica il passaggio dal particolare al generale, la cantautrice si chiede quanto sia diverso il diritto all’aborto per un abuso minorile rispetto ad una donna adulta che abbia subito la medesima violenza, o ancora una giovane ragazza rimasta incinta per errore.
Cosa rende una vicenda più meritevole o meno di un’altra?
Erano in due nei giardini di nostro signore
Sono stati sia Adamo che Eva a fare l’amore
Ma sul corpo di Eva il fatto è rimasto evidente
Adesso viene condannata lei da questa gente
Erano in due nei giardini di nostro signore
Sono stati sia Adamo che Eva a fare l’amore
Ma sul corpo di Eva il fatto è rimasto evidente
Adesso viene condannata lei da questa gente
Ho volutamente lasciato per ultima la riflessione sul ritornello, a conclusione dell’analisi di tutte le strofe, poichè il significato pieno si apprezza solo dopo aver compreso la vicenda per intero.
Adamo ed Eva rappresentano uomini e donne, qui non si parla più di abuso minorile, ma di violenza sul corpo delle donne in generale. Adamo ed Eva si elevano a metafora universale.
Adamo ed Eva fecero entrambi l’amore, ma visto che il prodotto del concepimento si rende evidente solo sulla donna, è lei che viene condannata quando sceglie di abortire.
Insomma, sia che la decisione sia della donna, sia che la decisione sia della coppia, chi poi è vittima dello stigma è sempre e solo la donna.
La forza del ritornello sta dunque nella capacità di condensare in pochi versi una critica sociale acuta sulla disparità di genere nel giudizio morale della società.
Fuori la clinica ci sono degli avvoltoi
Mi dicono “Riconosci Dio e la sua volontà”
Dio?
Lo stesso Dio che ha fatto crescere suo figlio da un altro papà
La strofa finale si può supporre essere il reale motivo dell’esclusione da Sanremo. Certi temi per quanto dibattuti, forse sono ancora troppo divisivi per calcare certi palchi.
Martina fa riferimento a degli “avvoltoi”, chi sono ? Appare evidente e senza ambiguità che il riferimento sia ai membri del movimento pro vita che, appostati fuori e dentro i consultori, invitano le donne a seguire la volontà di Dio.
Il pezzo si conclude con una domanda pungente che non è a mio avviso da intendersi come una critica blasfema al credo individuale che si vuole seguire (a sostenere questa ipotesi c’è anche il fatto che la stessa Martina Attili si sia dichiarata credente Protestante), ma è solo un’ amara riflessione sull’utilizzo improprio della religione come mezzo di coercizione morale.
Può la religione essere ad oggi un limite all’ altrui autonomia? Questa è la domanda che Martina Attili ci pone, a voi la risposta.

